Ci si arriverà?

Mentre attendo la conferenza stampa di Zingaretti, questa domenica pomeriggio, rifletto che fra infingimenti vari, scenette, schermaglie, mi sembra di intravvedere che un accordo tra PD e Movimento 5 stelle, per la formazione di un nuovo Governo, ci potrebbe essere, e ci potrebbe essere anche trangugiando il nome di Conte, con tutto quello che ha avvallato, alla Presidenza del Consiglio.
Dal punto di vista personale, Conte ha dalla sua, da un lato, la dichiarazione che con Salvini non vuole e non può avere più nulla a che fare; dall’altro, il fatto che la sua inconsistenza politica si può prestare molto facilmente a un forte condizionamento da parte del PD.
Inoltre, concedere (con teatrale sofferenza) la Presidenza del Consiglio a Conte (e perciò ai M5S) può consentire al PD di ottenere vasti contraccambi in termini di ministeri di prestigio, a cominciare dal simbolico e cruciale ministero degli Interni.
Come Conte stesso ha dichiarato, non è questione di nomi, ma di programmi, e anche sul piano dei programmi (il fare e anche il dis-fare, come diceva la Bonino) si potrebbe strappare al M5S un accordo che sostanzialmente veda al primo posto i temi del PD, e magari accantonare un po’ quel ritornello della riduzione del numero dei parlamentari, che è una insensata bandierina che i ragazzi del M5S sventolano senza rendersi neanche conto del suo significato e delle complicate conseguenze che porterebbe con sé, come l’aggiustamento della legge elettorale e il referendum.
Niente formule aberranti come “contratti di governo” o altre fantasiose trovate. Un programma preciso di cose da fare e controllo stringente.
Il PD ha un problema (o un’opportunità; dipende) che si chiama Matteo Renzi. L’alternativa fatale penso che sia fra un suo nuovo partito o la sua riconquista di quello vecchio.

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Diamonds on the Soles of her Shoes

Harare, Zimbabwe. Rufaro Soccer Stadium. 14 febbraio 1987. Paul Simon presenta in concerto i brani del suo album “Graceland”. Insieme a lui artisti come Miriam Makeba e il trombettista Hugh Masekela.
Questo pezzo è “Diamonds on the Soles of her Shoes”, di Paul Simon. Al suo fianco il pittoresco e coreografico gruppo “Ladysmith Black Mambazo”. Tra i musicisti, spicca lo strepitoso bassista Bakhiti Kumalo.

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Il farabutto pietoso

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Domenica 14 luglio, la chiesa cattolica proponeva nella liturgia il brano evangelico del “buon samaritano”, una delle più celebri “parabole” di Cristo, narrata nel Vangelo di Luca, al capitolo 10.

Il racconto è noto, per cui non credo necessario ricordarlo.

Quello che vorrei sottolineare, qui, è il senso della parola “samaritano”, e, conseguentemente, dell’uso che se ne fa.

E’ noto, e giustamente ripetuto da tutti i preti nelle loro omelie, che, ai tempi di Gesù, i samaritani erano considerati eretici, e praticamente disprezzati dai buoni giudei. Perciò il senso della parabola risulta enfatizzato proprio dal raffronto fra i vari personaggi: il malcapitato viene ignorato dapprima da un sacerdote, successivamente da un levita, per finire poi soccorso e accudito solo da questo mezzo infedele.

Ecco il punto: la parola “samaritano”, oggi, ha del tutto perduto la pesante carica spregiativa che ai tempi di Gesù la connotava. Col risultato che la forza eversiva del racconto ne risulta immiserita, quando non del tutto oscurata.

Parlare di “buon samaritano”, oggi, significa parlare di carità, in senso generale. E questo, appunto, se non è un travisamento, è sicuramente un’interpretazione marginale, nel suo generico moralismo.

Allora diciamolo: questo samaritano è un miscredente, un infedele e un poco di buono. Sarebbe ora, per favorire una corretta comprensione dell’insegnamento di Cristo, che al posto dell’espressione “buon samaritano”, che nella sua caramellosa e moraleggiante genericità (forse qualcuno potrebbe dire “buonismo”) non significa più nulla, si utilizzasse un qualche sostanziale sinonimo: che so, “l’infedele pietoso”, “il miscredente generoso”, “l’eretico soccorritore”, “il farabutto compassionevole”.
Si ristabilirebbe, in questo modo, una struttura semantica più aderente all’intenzione dell’”autore”; di conseguenza, molto più efficace.

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La parte migliore

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Pomeriggio casalingo, dentro la sala di una vecchia casa di quasi campagna, sotto l’onda fresca di un condizionatore al minimo. Tapparelle a mezz’asta, e cicale a tutta birra.
E noia.
Ma non noia normale e generica: noia specifica, e probabilmente benedetta; di una benedizione da cogliere e seguire: noia di Facebook.
Non si può stare tutto il giorno in piazza e pretendere di non incontrare mai una contrarietà, o un incidente, o un borseggio, un urto, una parola sgradevole. E non si può neanche perderci dietro il tempo e la vita.
Proprio nella domenica di Marta e Maria, bisogna pensare all’inconcludente affaccendarsi dietro mille cose inutili, in questo caso post, commenti e controcommenti, e all’immenso carico di tempo e di energie mentali che comportano, e scegliere “la parte migliore”, fosse pure nella forma di una lettura, o di un film, o di una musica ascoltata con qualche attenzione.
L’attenzione, ecco.
C’era un vecchio gioco di gruppo che cominciava col grido: “Attenzione! Concentrazione!…”
Ci vuole quello. Pensare a quello che si fa, anche se ci si riempie un bicchiere d’acqua.
Trovo che un vizio capitale di questi tempi sia la distrazione. Una cara vecchia collega diceva: “quando si mangia, si mangia, quando si lavora, si lavora”.
Ecco, anche quando si ha voglia di dire qualcosa, di scrivere, è meglio uno strumento più lento. E magari usare Facebook solo come finestra aperta; e non per guardare in piazza, ma per permettere, a chi sta in piazza, di vedere quanto è bello il soffitto affrescato di casa tua. E il lampadario di Murano. E altro, se proprio si sapesse vedere.

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Non si sa. Non si riesce.

Anch’io (eravamo nel 1984) venni a contatto con la diceria che Mia Martini portasse sfortuna. Io la presi come una buffa mania di un ambiente del quale non conoscevo quasi nulla. La considerai una sciocchezza un po’ assurda, e basta.

A volte non si sa, non si capisce. Non si può e non si riesce a fare nulla. Poi ci si sente stranamente complici.

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Cellulare spento

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Not for sale

Il mercato non è “il male”, ma non tutto è commerciabile. Per esempio, il corpo umano. Il mercato tende ad invadere tutto, ma deve essere circoscritto; ci vuole rendere merce, fin là dove non è ancora riuscito, ma ci sono spazi ai quali bisogna assegnare il sigillo sacro dell’incommerciabilità, cioè le persone. Le persone (cioè i corpi) non sono cose. E non si comprano e non si vendono. E bisogna dire no alle ipocrisie piagnone dei “desideri incoercibili”, agli inganni velenosi dei “nuovi diritti”.

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