Derive “sinodali”?

Leggo un articolo di Sandro Magister, segnalato con accorata preoccupazione da Leonardo Lugaresi. Effettivamente, i fatti lì raccontati non sono tranquillizzanti, proprio per niente, e so che Magister è giornalista molto esperto in queste cose, e preciso, e documentato.

Partecipo, quindi, alla preoccupazione o, quanto meno, alle domande che scaturiscono da questo resoconto.

La “sinodalità” non credo che possa trasformarsi in una magisterialità ribaltata, e cioè dal basso, dal popolo ai pastori, voglio dire per maggiore precisione (nella Chiesa, quale sia il basso e quale l’alto è, come si sa, assai discutibile). Anche perché, come si fa giustamente notare nell’articolo, la base è particolarmente esposta ai condizionamenti della cultura dominante.

Detto questo, noto che ancora una volta le tematiche su cui si concentrano i contrasti sarebbero quelle relative alla morale sessuale (preti sposati, donne prete e matrimoni fra persone dello stesso sesso, ecc.).

Pare che una deriva in tal senso sia in atto nella chiesa tedesca, e che ciò non produca una reazione o una resistenza sensibile da parte di Roma. Devo dire che anche l’episodio di Budrio mi ha lasciato un po’ perplesso.

Preoccupazioni eccessive? Ho notato da tempo, per parte mia, che gli assalti che la cultura dominante (eufemismo) infligge all'”umano” si concentrano, negli ultimi decenni, sul fronte della differenza sessuale, e per differenza intendo quella costitutiva, tra maschio e femmina. Quindi non è certamente sbagliato prestare un’attenzione implacabile a ciò che accade in questo campo, nel quale una prassi pastoralmente accogliente non può trascurare una catechesi dottrinalmente precisa.

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Inevitabile

Un piccolo incidente, proprio all’inizio dell’articolo. Doveva scrivere “impossibile”, e ha scritto “inevitabile”. Il risultato è un corto circuito logico che mi ha costretto a un minuto di riflessioni, e che ora mi porta a scrivere queste due righe, alle sette e mezza di mattina.

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Assassinio sull’Orient Express. Note.

Sto leggendo “Assassinio sull’Orient Express” di Agatha Christie, mosso da alcune ispirazioni dovute alla (frettolosa) visione del film tv di Philip Martin (2010), in cui mi avevano molto incuriosito alcune forti sottolineature del travaglio morale di Poirot, legate anche alla sua fede cattolica.

Desideravo appunto verificare quanto di queste sfumature fosse effettivamente presente nel romanzo della Christie. Devo dire che pare non esserci proprio nulla, almeno per il momento (sono arrivato a metà, nel pieno dell’indagine). Può darsi che, visto l’esito, assai noto, della stessa, qualcosa traspaia nelle ultime pagine, ma comunque attenuato rispetto a quel film.

Cosicché, tra l’altro, ho approfittato della trasmissione tv del ben più famoso film di Sidney Lumet, per rivedermelo. In famiglia raccontano che lo vidi la prima volta a Cesena all’Arena del Pino (cinema estivo), intorno al 1977 (il film è del 1974).

In ogni caso, è stato un po’ una delusione. Mi è sembrato che Lumet sia stato come soggiogato dall’impresa che si era messo in animo di compiere, e dalla grandiosità del cast che aveva a disposizione. La vicenda sembra come compressa nel limite del tempo canonico di un film, e non riesce a dispiegare la sua complessità (nel nitore perfetto della quale risiede la maestria dell’autrice). Inoltre, alcune eccelse personalità attoriali risultano anch’esse confinate in caratteri al limite del macchiettismo. Per questo cito Ingrid Bergman, costretta in un personaggio forzato nel quale si muove a disagio. Del tutto rimarchevole la prestazione di Anthony Perkins, ridotto alla caricatura di se stesso, nell’evidente rievocazione del suo personaggio più celebre, quello dell’hitchcockiano “Psycho”.

La vicenda si dipana in modo meccanico, dando modo e spazio al protagonista di pronunciare il suo travolgente e risolutivo monologo finale davanti a un cast da paura ridotto al rango di spettatori, personaggi in cerca d’autore.

Il regista, come ho detto, dev’essersi arreso dinnanzi alla grandiosità della sfida, limitandosi a poco più che una serie di cammei, come forse la produzione, in fondo, desiderava.

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Sventolando il bandierone

E’ vero, come qualcuno ha detto, che all’arrivo dei vaccini in Italia è partita “la fanfara italica”.

Servizi di apertura a tutti i tg, interviste tra furtive lacrime e reboanti retoriche, poesiole e moine.

Siamo fatti così, o disseminanti scetticismo o grondanti melassa.

La serietà no. E invece ce ne vorrebbe a vagoni, a corazzate, a portaerei.

Ma moriremo felici, con in mano l’ultimo pensiero, in rima baciata.

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Arrivare all’ultima pagina

La dipendenza da social mi ha causato, tra molti altri effetti, quello di non riuscire più a leggere in modo ordinato e costante. Perciò non leggo quasi più libri, e arrivare all’ultima pagina di un libro è diventato per me ormai un fatto molto raro.

E’ accaduto oggi, con la raccolta “ufficiale” dei racconti che Arthur Conan Doyle dedicò al suo Sherlock Holmes (“Le avventure di Sherlock Holmes”, pubblicato per la prima volta nel 1892).

Il libro, che avevo iniziato a leggere forse un anno fa, o più, lo acquistai in un’edicola della stazione di Bologna, da dove dovevo partire per Gatteo Mare, facendo sosta a Ravenna. Ricordo che, trovandolo senza alcuna etichetta, ne concordai il prezzo sul momento con l’edicolante.

E’ stato pubblicato nel 2010 da “Liberamente”, una sigla di RL Gruppo Editoriale, con sede a Santarcangelo di Romagna.

E’ stata una lettura godibilissima, leggera e distraente, di puro intrattenimento e divagazione. La traduzione (di autore non citato) è buona e rende bene lo stile un po’ ricercato dell’autore. La cura editoriale non è buonissima: ho trovato una notevole quantità di refusi.

Che il libro abbia avuto in sorte il fatto che io l’abbia letto fino in fondo, lo pone ipso facto tra i “superconsigliati”. Dubito assai che lo si trovi in questa edizione. Non ne mancano altre, probabilmente migliori.

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Forlì

Si parte per Forlì. Si va a controllare lo “stato di avanzamento” dei lavori. Finestre, pavimenti, pareti, impianti, piastrellature. Autocertificazione e via!

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Passeggiata

Quasi del tutto scomparso il dolore al ginocchio, oggi, nel pomeriggio un po’ avanzato, sono uscito di casa.

Era da qualche giorno che ci pensavo: la luce di oggi, limpida e pungente, mi ha convinto. Era freddo, però; e questo, insieme alla necessità di non affaticare il ginocchio, ha reso particolarmente breve l’uscita, protrattasi fino alla base del “Viale degli innamorati”, recentemente abbellito con panchine e lampioni, che dal Museo della Preistoria va fino a Villa Furla (detta anche Villa Bellaria).

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Cronache

Si continua nelle faccende solite cercando un po’ di salvaguardare la salute e un po’ di seguire le incombenze legate alle varie necessità.
Sono impelagato in una complessa vicenda di successione, che vede coinvolto un discreto numero di persone. Oggi ho fatto degli accertamenti sulla necessità di fare la voltura della Tari sulla casa del de cuius, con telefonate e relative lunghe attese al Comune di Bologna.
I piccioni continuano ad infestare il  balcone.
Il mondo degli appassionati di ultralight Radio in onde medie si concentra soprattutto fra gli Stati Uniti e la Tasmania e mi pare che in Italia non ci siano degli appassionati organizzati.
Susanna sta cercando di vendere le pellicce, ma per una in particolare (ocelot) c’è bisogno di un certificato dei Carabinieri e allora bisogna rivolgersi all’ufficio competente, ma il numero non risponde.

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Reclusi

Reclusi perché autoreclusi o perché costretti? Per amore o per forza? Intanto mi guardo altri film di Verdone, coltivo le nuove dimensioni della mia passione per la radio e porto avanti gli “affari di famiglia”. Ogni giorno, ma in modo svogliato, consultiamo e consideriamo i dati della pandemia e rinnovo i buoni propositi di leggere un po’ di più di quel niente a cui mi sono ridotto. In realtà la lettura non è scomparsa dal mio orizzonte, ma si è radicalmente trasformata. Leggo tutto il giorno, ma nella forma frammentata dei social. Qui e là, a pezzettini. E non va bene. Perché poi si frammenta anche la mente, e diventa incapace di applicazione complessa. Vedremo.

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Candidati

Forse sono un istintivo, un superficiale; ma l’impressione iniziale, la parte del “naso” (come, con un gesto eloquente, faceva intendere un mio vecchio collega), mi guidano sempre assai; spesso più della razionale valutazione di tutti gli aspetti rilevanti delle questioni.
Per questo succede, per esempio, che io preferisca candidati politici che sostengono più di altri programmi più lontani dai famigerati “princìpi non negoziabili” di discutibile memoria (ma sempre attuali, e anche di moda, in qualche caso), ma a mio avviso più presentabili quanto a (ipotetica) capacità di governo della cosa pubblica. E questo perché non mi sento partecipe della medesima solo per ottenere da lei corrispondenze lobbistiche, ma in tutto e per tutto. Io sono lietamente antiabortista, ma non me la sarei sentita di appoggiare per questo Trump.

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