Di che morte

Provo molta pena per la vicenda di Lucio Magri, culminata con quello che i giornali chiamano “suicidio assistito”. Ma mi fa pena soprattutto questo voler addolcire la morte con eufemismi patetici. Si tratta di una neolingua ipocrita e ridicola.

E’ ovvio che si tratta di omicidio, e già da tanto tempo il diritto si occupa della fattispecie di reato dell’omicidio del consenziente. Dato che, mi pare, in Svizzera, non è considerato reato, adesso ci sarà sicuramente una campagna di stampa, come già c’è sul cosiddetto “turismo procreativo”, su un presunto “turismo suicidiario”, ovviamente di classe e discriminatorio, giacché prerogativa solo di chi se lo può permettere. Mentre i poveretti italiani devono stare qui a soffrire, perché non si trova, salvo qualche medico “coraggioso”, chi prema il grilletto, o, più poeticamente, “stacchi la spina”.

Tutte queste cose, non è male ricordarlo, a poche centinaia di chilometri da noi non hanno senso. A vent’anni ci si ammala di aids e i dibattitti sulla bioetica non se li possono permettere. Si muore e basta, senza particolare assistenza, locale od estera che sia.

Sono ben lontano dal ritenerlo un vantaggio. Ma quello che penso è che forse per la gran parte della popolazione di questo pianeta molti temi dei nostri paesi civilizzati, del nostro “occidente cristiano”, e sui quali, che diamine, anch’io mi scaldo, siano percepiti un po’ come temi da dopopranzo.

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