Mercato del lavoro e miopia generazionale

Mi sbaglierò, ma nelle polemiche che si sono scatenate, come era del resto naturale e prevedibile, sui previsti provvedimenti del governo in materia di mercato del lavoro, io intravedo un riflesso condizionato, che si riverbera negli articoli di giornale, nei post su Facebook, negli slogan di politici e di sindacalisti che ascolto in tv. E cioè la volontà di perpetuare una situazione squilibrata e ingiusta, che vede superprotetti coloro che un lavoro ce l’hanno, e in drammatica difficoltà coloro che non ce l’hanno, che lo vorrebbero e che non lo trovano. In mezzo ci sono i datori di lavoro, che prima di assumere ci devono pensare tremila volte, perché, come qualcuno diceva, in Italia un lavoratore non lo assumi, ma lo sposi (ma l’iperbole potrebbe non funzionare più, in tempi di divorzio breve). E che quindi si sentirebbero molto più liberi di inserire in azienda forze giovani se potessero “liberarsi più agevolmente” di elementi che non sono in grado di far fronte a necessità aziendali nel frattempo mutate.

Quale esigenza sociale deve prevalere? E ce n’è una, delle due, che è giusto che prevalga? Io direi che, a prescindere, e per puro principio, occorrerebbe dare gran peso, nel dilemma, all’esigenza di favorire il lavoro dei giovani.

E’ ovvio che non si può avere il cuore leggero quando si tratta di lasciare senza lavoro un padre di famiglia. Per questo una società bene ordinata dovrebbe mettere in campo una serie di tutele per favorirne il re-inserimento, sia sul piano della formazione, sia alleggerendo gli oneri delle imprese che sono disposte ad assumerlo, e anche per sostenerlo economicamente nel periodo della disoccupazione.
Il riflesso condizionato è purtroppo sostenuto dal sindacato, e in particolare dal più grande sindacato italiano. Temo veramente che, come accadde con lo storico episodio del referendum sulla scala mobile, il sindacato stia allontanadosi dalla interpretazione più diffusa che i cittadini hanno di questi fenomeni, e che stia attardandosi non tanto, come ovviamente sarebbe giusto, in una battaglia di giustizia e di tutela dei più deboli, ma in una tardiva e sempre meno comprensibile chiusura in difesa di interessi acquisiti e consolidati. Dicono, poi, che  gli iscritti al sindacato sono ormai tutti anziani. Che non c’è più un giovane che si iscrive. Ma quando il partito dei padri non ci sarà più per naturale estinzione, quale carico di rabbia e di disperazione potrà uscire dal partito dei figli?

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