La scomparsa dell’oggetto

Se io dico “vita” ciò che dico è chiaro? No. Se io dico “uomo” ciò che dico è chiaro? No. Se dico “amore”? Se dico “salute”? Felicità?

Mi sembra che oggi si sia fatto avanti sgomitando il concetto onnivoro di “qualità”. Perciò ogni definizione non viene più unanimemente condivisa. Ogni oggetto è sottoposto a dissezione qualitativa. E’ vita? “Dipende”. E’ uomo? “Dipende”.

E’ chiaro, allora, che ogni discorso viene poi travisato. Purtroppo, prima di ogni affermazione, occorrerebbe una prefazione complicatissima che definisse il significato di ogni parola.

Questo avviene soprattutto quando uno degli interlocutori è credente: questo semplice attributo gli procura la fama razzistica di “avere la verità in tasca”, e quindi di non essere in grado di ragionare.

Ma occorrerebbe forse precisare che il credente crede non tanto che la verità stia nelle sue tasche, ma, molto più semplicemente, che, pur non possedendola, essa esista; e questo è un presupposto che da secoli sta alla radice del lavoro non solo di schiere di teologi, ma di ben più nutrite moltitudini di scienziati.

Perciò, nel dubbio ideologico e programmatico, non vedo tanto il rischio di una caduta della fede, quanto la perdita del linguaggio e, alla fine, della stessa ragione. Non si tratta di non saper più pregare, ma di non saper più leggere la realtà.

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