Sbadigli a Messa: scienza e filosofia

Quando sono a Messa, mi capita abbastanza spesso di sbadigliare. E questo è un incipit proustiano, del tutto incongruo col taglio pseudo-scientifico che vorrei dare a questo post.

Allora: che significa che sbadiglio? Nulla, in sé, anche se si potrebbero sviluppare molte considerazioni. Lo dico per spiegare un fatto assolutamente interessante sulla percezione, e sulla differenza che c’è fra la realtà e ciò che di essa ciascuno recepisce.

Quindi: io sbadiglio, e che cosa succede mentre sbadiglio? Succede che, a volte, il coro della parrocchia sta eseguendo un canto. E qui, altri infiniti post si presentano all’orizzonte delle nostre possibilità. Ma qui, è meglio lasciar correre. Ciascuno può esercitarsi nell’immaginazione.

Oh mamma, e chissà questo dove vuole arrivare, direbbe Totò…

Il fenomeno (ci sto, ebbene sì, arrivando) si è presentato, dopo un po’ di volte, alla mia attenzione con grande chiarezza, e solo uno spirito di osservazione (o di audizione) come il mio poteva annotarselo con tanto interesse: mentre il coro canta, io sviluppo lo sbadiglio, ed ecco il fenomeno: per quel secondo di tempo, la nota musicale del canto si abbassa sensibilmente: forse un quarto di tono, forse addirittura mezzo tono.

Il fatto, le prime volte, mi sembrò bizzarro. Essendo esso, peraltro, molto fuggevole, pensai che per qualche strano motivo gli strumenti musicali avessero fatto uno scherzo, magari a causa dell’alimentazione elettrica che aveva avuto uno sbalzo. Teoria assurda, ovviamente. Solo dopo varie volte, e svariati sbadigli, domenica dopo domenica, ho sviluppato la mia teoria, che ora provo ad esporre.

L’esecuzione musicale è perfetta. Non ci sono cali di tono, per di più subitanei e transeunti. E’ nel mio orecchio che succede qualcosa. Certo. Lo sbadiglio provoca un allungamento del timpano. La superficie della membrana timpanica si estende. Seguitemi… Il suono ha altezza costante, ma è la modalità della sua ricezione a cambiare, per quel secondo, perché cambia l’estensione della membrana timpanica, collegata al cervello mediante il nervo acustico.

Un orizzonte di meravigliose considerazioni si è aperto per me. La nota eseguita è sempre un la di 440 hz, ma in determinate circostanze, diciamo “alterate”, il mio cervello la percepisce come un la calante di 430 hz (sto improvvisando, dico numeri a caso).

Ma, ho cominciato a chiedermi: se la ricezione dell’altezza di un suono cambia così facilmente, a seconda dell’estensione del timpano, questo significa che due individui, magari con caratteristiche fisiche molto diverse, la recepiscono in modo diverso. Tutti e due sono abituati a leggere quel suono come un la di 440 hz (salvo che durante gli sbadigli), e naturalmente sono capacissimi di imitarlo, seguendo il canto in modo intonato, ma rimane il fatto oggettivo che ciò che sente l’uno non è ciò che sente l’altro.

La realtà esiste, ma è raccolta e interpretata in molti modi diversi, per quanto ugualmente pertinenti.

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