Immigrazione e “diritti gay”. Libertà di opinione e ricatti morali

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Mi sembra che in almeno due grandi questioni del dibattito politico italiano di oggi funzioni la tecnica del ricatto morale, ma in una dimensione potentissima, tale da bloccare, spesso e volentieri, il dibattito stesso.

Le questioni sono quelle dell’immigrazione clandestina e quella dei “diritti gay”. In ambedue i casi viene applicata la tecnica del ricatto morale.

La legittima opinione che i trafficanti di uomini e gli scafisti siano criminali da colpire senza pietà fa automaticamente scattare l’accusa di razzismo (si è contrari all’immigrazione), e l’altrettanto legittima opinione che non si debba ammettere il matrimonio fra persone dello stesso sesso fa automaticamente scattare l’accusa di omofobia. Il rischio (o la certezza) di essere i destinatari di queste accuse fa desistere facilmente tante persone dall’esprimere le proprie opinioni, per quanto legittime.

E’ interessante considerare la potenza preventiva di queste accuse, o anche solo del rischio che essere vengano lanciate. Per tanti di noi, solo il sospetto di poter essere considerati razzisti (o omofobi), quando pur nel nostro intimo sappiamo bene di non esserlo, ci destabilizza e ci confonde al punto di farci accettare spesso la rinuncia all’espressione di un semplicissimo punto di vista.

Da parte, poi, di chi si colloca “a sinistra”, la cosa è anche più precisa e comprensibile, perché queste possibili accuse colpiscono l’identità più vera di chi per scelta ideale sta dalla parte “dei più deboli”.

E allora, su queste questioni, bisognerebbe andarli a cercare bene, e senza farsi troppo intimorire, i più deboli. Chi sono?

Nella questione dell’immigrazione, certamente gli immigrati. Ma senza indulgenza verso chi ci specula (scafisti, trafficanti di persone e mafie varie, oltre che politici corrotti dei paesi africani). In quella dei “diritti gay” innanzitutto i bambini, a volte ridotti a merce fabbricata, venduta e comprata come se si trattasse di oggetti al servizio di qualche bisogno affettivo degli adulti; in secondo luogo le donne, a volte anch’esse utilizzate come macchine per produrre bambini (roba che le femministe che mi ricordo io farebbero la rivoluzione), senza dimenticare le persone che a causa del loro orientamento sessuale o delle loro scelte di vita devono combattere contro un particolare disagio od ostilità sociale.

Bisognerebbe provare a recuperare, direi, uno sguardo limpidamente “di sinistra” su queste questioni, senza farci dettare l’agenda dai professionisti del ricatto morale.

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