Archivio per agosto 2014

Invasione di linguaggi. Solidarietà o politica?

Se l’appello ad un’attenzione a determinati problemi umani e sociali è fondato sui bisogni, legati a una condizione di disagio e di particolare difficoltà sociale, si parte dalla constatazione di questo stato e si può parlare il linguaggio della comprensione umana, dell’aiuto e della solidarietà operosa.

Ma se l’appello, più o meno correttamente poggiato su una rivendicazione di dignità, si orienta alla definizione di nuovi “diritti”, allora il linguaggio non può che essere quello della politica, con le sue regole e le sue asprezze.

E non si può ricattare la politica facendo leva sull’altro linguaggio, quello della comprensione umana. I due ambiti sono totalmente distinti. Se mi chiedi la casa te la do, ma se mi dici che è tua ti caccio e ti denuncio pure.

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Una Messa “buttata via”. Allora meglio il latino

Mi càpita di partecipare alla Messa in una piccola parrocchia fuori dalla mia diocesi. Il parroco, peraltro persona che mi appare di buon carattere e capace di suscitare partecipazione e collaborazione, ha un modo particolare di pronunciare le formule della Messa. Non si tratta di una “pronuncia” dialettale, ma di un modo frettoloso e disattento di emettere i suoni, un po’ mangiandosi le parole e un po’ abbattendo le sillabe finali.

Insomma, inascoltabile; ma, soprattutto, incomprensibile. Ciò che mi sembra più sorprendente e interessante, in questo fenomeno, è la considerazione del motivo fondamentale per il quale, a suo tempo, venne attuata la “riforma liturgica” del Concilio Vaticano II, e cioè la necessità che il popolo, ormai non più capace di intendere la lingua latina, potesse ascoltare le preghiere della Messa e le sue varie formule nella lingua locale. E’ per questo che avemmo, finalmente, la “Messa in italiano”.

Ma che senso ha, allora, tutto ciò, se c’è una così misera considerazione per quei sacri testi da indurre dei preti a “buttarli via” come se fossero parole senza importanza, o che comunque non riguardano il popolo? Sembra che il celebrante le pronunci, tra l’altro in modo indistinto e ingarbugliato, come formule magiche, e non come parole ricchissime di senso, atte ad elevare e a nutrire i fedeli.

Ma, ecco, il momento dell’omelia. E’ a questo punto che il parlare del parroco diventa improvvisamente più disteso e sembra acquistare la dignità di un discorso che vuole arrivare a qualcuno. Infatti, il buon prete si rivolge ai fedeli cercando, come è logico, di trasmettere qualche riflessione su ciò che si è appena udito nel brano evangelico del giorno.

E’ quella che io chiamo la Messa “omeliocentrica”. Il mistero che sta dentro la celebrazione viene compresso e umiliato da una prassi sbrigativa e ritualistica, da esaurire al più presto, perché il momento culminante deve essere quello dell’omelia. Il prete, spesso e volentieri, viene sul proscenio, e intrattiene col microfono in mano i suoi uditori. Il “resto” non ha importanza, se non a parole. Purtroppo, alle parole, dovrebbero corrispondere i gesti, i tempi, le attenzioni, le pause, i silenzi, i toni, le giuste enfasi, le giuste sottolineature rituali.

Perché, se no, hanno ragione i nostalgici del latino. Col latino non si capiva niente, è vero, ma almeno “il senso del mistero” era salvo.

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