Il “diritto di amare” è una sciocchezza

Nel caso che uno mi sferri un pugno, il mio desiderio “incoercibile” è di togliergli un dente (almeno).

Ma questo mio desiderio è o non è (anche) un “diritto”?

No. Non lo è.

Il diritto è un frutto della civiltà, perché è la civiltà ad aver prodotto l’idea che esista un ordine superiore a quello caratterizzato dal farsi giustizia da sé, e che perciò i conflitti privati si debbano affrontare all’interno di una dimensione pubblica (e perciò riconoscibile).

L’offesa diviene così “reato”, e la società civile lo assume come problema proprio, sollevandomi dall’onere di riparare l’affronto per le vie brevi (anzi, proibendomelo).

Così, come è incivile l’invocazione (ormai tipica) “Vogliamo giustizia” (non siete voi i destinatari della giustizia: lo è la società intera), altrettanto incivile è l’attribuzione del titolo di “diritto” a qualsivoglia, pur lecito (o anche, magari, apprezzabile) desiderio.

Se io anche amassi il mio caro compagno al punto da desiderare di dividere con lui la vita intera, non sarebbe comunque questo mio sentimento a determinare un cambiamento del diritto di famiglia in materia matrimoniale.

Altro, semmai, lo sarebbe. Ma non il mio sentimento e il mio desiderio.

Ci sono matrimoni senza amore, e amori senza matrimonio. Non è il sentimento che fa il diritto, ma la civiltà, la cultura, la politica. Dire “vogliamo poterci amare” è una sciocchezza.

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