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“Il cristianesimo è per sua natura sempre iniziale”

O come fatalisticamente assimilatòri nei riguardi del mondo, o al contrario come integralisticamente separatisti, è dominante, oggi, fra i credenti, “la tentazione di concepirsi come gli ultimi cristiani: eredi di un passato, poco importa se da conservare oppure da abbandonare. In questo libro (1) si sostiene un’altra tesi: il cristianesimo è per sua natura sempre iniziale e in questo senso l’esempio delle prime generazioni cristiane è paradigmatico per tutte quelle successive, compresa la nostra che deve reimparare a vedersi come una generazione di «primi cristiani». Quella di essere una minoranza creativa immersa in un ambiente ostile è stata infatti la condizione normale dei cristiani almeno per tutti i primi tre secoli della loro storia. Lungi dal farsi assimilare dalla cultura dominante o al contrario dal chiudersi ad ogni rapporto con essa per salvaguardare la propria purezza identitaria, essi seppero esprimere una straordinaria capacità di relazione con la cultura del mondo greco-romano, basata sulla pratica del giudizio (krisis) e del «retto uso» (chrêsis) dei suoi contenuti. La loro presenza nella società, in questo modo, divenne sempre più significativa, pur restando numericamente assai ridotta e priva di garanzie giuridiche e politiche. Dalla conoscenza di quel processo storico possono dunque venire preziosi spunti di riflessione”. (2)

(1) Leonardo Lugaresi, Vivere da cristiani in un mondo non cristiano, Torino, Lindau, 2020, in uscita tra qualche giorno.
(2) Dal risvolto di copertina.


Azzardo una riflessione. Secondo me, un elemento di radicale differenza tra il clima culturale dei primi secoli e quello odierno, nei confronti dell’annuncio cristiano, è che, mentre allora si trattava di una assoluta novità, oggi per molti si tratta di (può venire recepita come) una riproposizione di cose già note, anche se trasmesse male, recepite male, e vissute male; in una società, come la nostra, che purtroppo ha focalizzato nell’esperienza “religiosa” (a torto o a ragione) un fardello di fatiche, di repressioni e, in definitiva, di infelicità. Questo è spesso il pregiudiziale ed ostile retroterra, oggi, in Occidente, col quale un nuovo annuncio deve imparare a confrontarsi.

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Chiesa italiana e pandemia. Contro l’obesità pastorale.

Ho trovato eccezionalmente stimolante un articolo di Enzo Biemmi, che non so dove sia stato pubblicato, perché semplicemente mi è stato trasmesso da un’amica.

Tratta della situazione della chiesa italiana nel tempo della pandemia.

Partendo da una meditazione sul sabato santo (il giorno del vuoto, della mancanza, della deprivazione), passa a considerare il fatto che il vuoto delle chiese, dei sagrati, delle liturgie, delle attività, normalmente si cerca di riempirlo con nuove attività, nuovi e più adeguati “programmi pastorali”.

“Cadiamo nella tentazione di riempire gli spazi vuoti con pieni virtuali e resistiamo a stare davanti a noi stessi, questo noi troppo a lungo costruito sulla nostra capacità di fare. Figuriamoci, per generosità pastorale. Siamo passati dall’ansia di una agenda troppo piena all’angoscia di un’agenda improvvisamente vuota. Dopo anni di progetti pastorali decennali o triennali, costruiti per accumulo di iniziative volte ad arginare l’allontanamento della gente dalle chiese, trovarci improvvisamente senza strategie ci risulta insopportabile. La tentazione di reagire come un’azienda che rischia il fallimento è più reale di quello che immaginiamo.”

E si chiede qual è il senso vero di questa prova, la domanda profonda che ne emerge.

“Non è una parentesi in attesa di ricominciare a fare quello che facevamo prima alla maniera di prima, ma un appello dello Spirito a discernere l’essenziale da salvaguardare e a cosa dobbiamo rinunciare per salvaguardare il tutto. Se riempiamo ansiosamente i vuoti non c’è spazio per fare verità. Per essere ricondotti a ciò che conta agli occhi di Dio. Nulla potrà essere come prima, neppure le nostre proposte pastorali.”

E conclude con un riferimento ad alcune recenti catastrofi naturali, riferendo che in occasione dell’uragano Lothar, che nel 1999 ha abbattuto trecento milioni di alberi nell’est della Francia, alcuni uffici tecnici avevano velocemente elaborato programmi di rimboschimento, ma la foresta li ha anticipati. Hanno osservato una rigenerazione più rapida di quella prevista e che manifestava delle configurazioni nuove, più vantaggiose, alle quali non avevano pensato. Trasponendo la riflessione all’ambito ecclesiale, egli dice che anche la chiesa ha conosciuto, soprattutto da una quarantina d’anni, un uragano.

“Il panorama religioso, almeno nelle sue espressioni tradizionali, è devastato. Siamo chiamati a fare nostri gli atteggiamenti degli ingegneri forestali: passare da una politica volontaristica di ricostruzione della foresta ad una politica di accompagnamento, attiva e lucida, di una rigenerazione in corso. Tradotto in termini di fede questo significa lasciarsi deprogrammare fino in fondo da quanto sta accadendo e accettare di riprogrammarsi su quello che lo Spirito opera nel cuore degli uomini e delle donne di oggi. Il virus non ne ha fermato l’azione, se mai l’ha intensificata. Fare della pastorale una forma di cura delicata di quello che il Signore opera prima di noi e un servizio all’azione del suo Spirito.
Da questa crisi, se accolta e non bypassata, potrebbe uscire una chiesa più umile, una pastorale meno obesa, un ascolto più vero di quello che vivono le persone e di quello che Dio ci chiede. Da un secondo ascolto potrà nascere un secondo annuncio. Perché non siamo i padroni della fede, ma i collaboratori della grazia.”

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Non escludo il ritorno

Aspetto il momento di lasciare questo esilio dorato per tornare alla mia residenza principale. I “provvedimenti restrittivi” del governo ci hanno sorpresi, me e mia moglie, mentre ci trovavamo al mare, pensando a un soggiorno di un paio di giorni. Così, adesso è passato un mese e siamo ancora qui. Per fortuna, abbiamo tutto, e i nostri figli sono in grado di gestirsi da soli, più e meglio di noi (non lo so, ma facciamo finta che sia così).

Il pensiero vorrebbe tentare di essere filosofico, del tipo: “Che cosa mi ha insegnato questo periodo di reclusione imprevista?” Non lo so. Me la sono passata bene. Mia moglie dice che è la mia situazione ideale. Non faccio niente tutto il giorno, dormo molto e curo il mio aspetto fisico ancora molto meno del normale, il che non riesce a dare l’idea. Ho ricevuto contatti inaspettati da un paio di vecchi compagni di scuola, coi quali ho fatto videochiamate su WhatsApp. Questa delle videochiamate è stata una delle novità del momento. Anche coi miei figli è dicentata la norma. Divertente, soprattutto quando si ha la possibilità di guardare e di osservare cose diverse dal faccione dell’interlocutore. Se ci si ferma lì, non è interessante.

Ho ritrovato il contatto con una persona amica che stimo e che scrive racconti brevi, molto particolari e simpatici (anche se in genere hanno un finale amaro). Ho trovato che ha uno stile molto somigliante a quello di Dino Buzzati. Gliel’ho detto e le ha fatto piacere. Dice che è il suo autore italiano preferito.

Lunghe telefonate serali con la Cecilia, che è diventata da tempo la mia piccola guru personale, e che mi aggiorna sul meteo in provincia di Brescia, una materia che pochi coltivano con serietà, ma che ho scoperto da qualche anno e che studio con vera passione.

Ho ricercato un rapporto con l'”ecclesialità”. Ho guardato con emozione il Papa. Ho seguito la novena del cardinale Zuppi. Ho partecipato a videoconferenze della mia parrocchia di San Lazzaro. Ho ripreso le mie letture della Bibbia, per cercare di portare a termine il lungo viaggio che, ho visto, è stato da me intrapreso ben 9 anni fa, e cioè la lettura integrale della Bibbia ad alta voce, documentata dalla lunga serie di file audio ordinati in un mio sito.

L’esercizio fisico si è limitato ad uscite nel cortile, dove con mia moglie facevo dieci giri a piedi di tutto il perimetro (non è mica tanto grande), e poi le scale. E nemmeno tutti i giorni; anzi.

Le serate son state dedicate ad un mix tra televisione, parole crociate e radio.

Televisione: qualche film divertente (Fantozzi, Song’e Napule, Assassinio sull’Orient Express…) e naturalmente Montalbano, il lunedì, oltre a vagonate di RaiNews24 (ma quella è un’altra storia, e non è di sera, in genere).

Parole crociate: le mie preferite sono quelle senza schema, ma ho un debole per quelle a cornici (non so bene come si chiamano…).

Radio: è la mia vecchia passione. Recentemente ho scoperto la bellezza delle onde medie. Ho avuto solo negli ultimi giorni buoni risultati con una loop della Degen, che si chiama M31, piazzata nel balcone. Con la loop della Tecsun AN-200, che per forza di cose si deve tenere all’interno, avevo forti disturbi che rendevano il tutto molto difficile. Come ricevitore privilegio il Tecsun PL-660, ma temo che tutto ciò non sia particolarmente interessante.

Ho passato un po’ di tempo anche a leggere, ma poco: ormai non leggo quasi più. Solo articoli e post, qua e là. Ho qualche libro cominciato, ma praticamente assai trascurato, che riprendo occasionalmente.

Morale: e chi se ne frega di tutto ciò? Boh? Come dicevo, attendo il momento del ritorno (“Non escludo il ritorno”, diceva quello).

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Non è etica: è ontologia.

L’amore per gli altri deriva non tanto dall’obbedienza a un comando di Dio, quanto dalla coscienza che gli altri sono già amati da Dio di un amore nel quale io mi inserisco. Non si obbedisce perciò a un comando: si consente ad una realtà.

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Il farabutto pietoso

leon

Domenica 14 luglio, la chiesa cattolica proponeva nella liturgia il brano evangelico del “buon samaritano”, una delle più celebri “parabole” di Cristo, narrata nel Vangelo di Luca, al capitolo 10.

Il racconto è noto, per cui non credo necessario ricordarlo.

Quello che vorrei sottolineare, qui, è il senso della parola “samaritano”, e, conseguentemente, dell’uso che se ne fa.

E’ noto, e giustamente ripetuto da tutti i preti nelle loro omelie, che, ai tempi di Gesù, i samaritani erano considerati eretici, e praticamente disprezzati dai buoni giudei. Perciò il senso della parabola risulta enfatizzato proprio dal raffronto fra i vari personaggi: il malcapitato viene ignorato dapprima da un sacerdote, successivamente da un levita, per finire poi soccorso e accudito solo da questo mezzo infedele.

Ecco il punto: la parola “samaritano”, oggi, ha del tutto perduto la pesante carica spregiativa che ai tempi di Gesù la connotava. Col risultato che la forza eversiva del racconto ne risulta immiserita, quando non del tutto oscurata.

Parlare di “buon samaritano”, oggi, significa parlare di carità, in senso generale. E questo, appunto, se non è un travisamento, è sicuramente un’interpretazione marginale, nel suo generico moralismo.

Allora diciamolo: questo samaritano è un miscredente, un infedele e un poco di buono. Sarebbe ora, per favorire una corretta comprensione dell’insegnamento di Cristo, che al posto dell’espressione “buon samaritano”, che nella sua caramellosa e moraleggiante genericità (forse qualcuno potrebbe dire “buonismo”) non significa più nulla, si utilizzasse un qualche sostanziale sinonimo: che so, “l’infedele pietoso”, “il miscredente generoso”, “l’eretico soccorritore”, “il farabutto compassionevole”.
Si ristabilirebbe, in questo modo, una struttura semantica più aderente all’intenzione dell’”autore”; di conseguenza, molto più efficace.

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Cattocronachette

frate africano

Alla Messa di domenica scorsa, il prete che presiedeva la celebrazione (ce n’era un altro, che concelebrava) era un africano di bell’aspetto, vagamente simile a Martin Luther King, o a qualche attore che non riesco a ricordare (ma, anche se lo ricordassi, non saprei ritrovarne, comunque, il nome). Fisico imponente e capelli cortissimi e brizzolati, con baffetti simili.

So che è un frate francescano, e questo già me lo rende simpatico, per ragioni personali.

Il suo atteggiamento, nella Messa, ma soprattutto nell’omelia e nelle altre parti “parlate” (più o meno “formali”) era improntato a una spigliata familiarità, alla ricerca di un contatto dialogico con i fedeli, che metteva in atto per mezzo di espedienti retorici come ripetute domande, con relative attese di risposte, che giungevano timidissime.

Ma la rivelazione più alta e precisa di questo “stile” si è avuta quando, forse sorpreso per la difficoltà di questo contatto, ha detto, testualmente: “Vedo molte facce tristi, qui davanti. E non va bene, in chiesa.”

Il bello è che l’ha detto con lo stesso tono di quel prete che, in altri tempi e luoghi, apostrofò alcune giovani disapprovandone l’abbigliamento, da lui ritenuto, in quell’occasione, scarsamente adatto al luogo.

“Non va bene (pausa), in chiesa”.

La tristezza, in altri luoghi, è tollerabile, e, forse, comprensibile. In chiesa proprio no.

Un genio.

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Teologia alla guida fra Bologna e Modena

C’è chi è dritto e chi è storto. Ma la grazia di Dio preferisce nettamente chi è storto. La grazia di Dio funziona come il gancio di un elicottero. Tu sei caduto nel crepaccio e arriva l’elicottero col cavo che ti deve agganciare. Se tu sei di quelli lineari e lisci, tutti d’un pezzo e coerenti, il gancio non prende. Scivola via. Il gancio prende subito in quelli come me e te, che sono tutti storti e fatti male. Prende qualsiasi buco, qualsiasi angolo, Prende e tira su. Felix culpa. Amen.

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