Archivio per la categoria cattolici

Il farabutto pietoso

leon

Domenica 14 luglio, la chiesa cattolica proponeva nella liturgia il brano evangelico del “buon samaritano”, una delle più celebri “parabole” di Cristo, narrata nel Vangelo di Luca, al capitolo 10.

Il racconto è noto, per cui non credo necessario ricordarlo.

Quello che vorrei sottolineare, qui, è il senso della parola “samaritano”, e, conseguentemente, dell’uso che se ne fa.

E’ noto, e giustamente ripetuto da tutti i preti nelle loro omelie, che, ai tempi di Gesù, i samaritani erano considerati eretici, e praticamente disprezzati dai buoni giudei. Perciò il senso della parabola risulta enfatizzato proprio dal raffronto fra i vari personaggi: il malcapitato viene ignorato dapprima da un sacerdote, successivamente da un levita, per finire poi soccorso e accudito solo da questo mezzo infedele.

Ecco il punto: la parola “samaritano”, oggi, ha del tutto perduto la pesante carica spregiativa che ai tempi di Gesù la connotava. Col risultato che la forza eversiva del racconto ne risulta immiserita, quando non del tutto oscurata.

Parlare di “buon samaritano”, oggi, significa parlare di carità, in senso generale. E questo, appunto, se non è un travisamento, è sicuramente un’interpretazione marginale, nel suo generico moralismo.

Allora diciamolo: questo samaritano è un miscredente, un infedele e un poco di buono. Sarebbe ora, per favorire una corretta comprensione dell’insegnamento di Cristo, che al posto dell’espressione “buon samaritano”, che nella sua caramellosa e moraleggiante genericità (forse qualcuno potrebbe dire “buonismo”) non significa più nulla, si utilizzasse un qualche sostanziale sinonimo: che so, “l’infedele pietoso”, “il miscredente generoso”, “l’eretico soccorritore”, “il farabutto compassionevole”.
Si ristabilirebbe, in questo modo, una struttura semantica più aderente all’intenzione dell’”autore”; di conseguenza, molto più efficace.

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Cattocronachette

frate africano

Alla Messa di domenica scorsa, il prete che presiedeva la celebrazione (ce n’era un altro, che concelebrava) era un africano di bell’aspetto, vagamente simile a Martin Luther King, o a qualche attore che non riesco a ricordare (ma, anche se lo ricordassi, non saprei ritrovarne, comunque, il nome). Fisico imponente e capelli cortissimi e brizzolati, con baffetti simili.

So che è un frate francescano, e questo già me lo rende simpatico, per ragioni personali.

Il suo atteggiamento, nella Messa, ma soprattutto nell’omelia e nelle altre parti “parlate” (più o meno “formali”) era improntato a una spigliata familiarità, alla ricerca di un contatto dialogico con i fedeli, che metteva in atto per mezzo di espedienti retorici come ripetute domande, con relative attese di risposte, che giungevano timidissime.

Ma la rivelazione più alta e precisa di questo “stile” si è avuta quando, forse sorpreso per la difficoltà di questo contatto, ha detto, testualmente: “Vedo molte facce tristi, qui davanti. E non va bene, in chiesa.”

Il bello è che l’ha detto con lo stesso tono di quel prete che, in altri tempi e luoghi, apostrofò alcune giovani disapprovandone l’abbigliamento, da lui ritenuto, in quell’occasione, scarsamente adatto al luogo.

“Non va bene (pausa), in chiesa”.

La tristezza, in altri luoghi, è tollerabile, e, forse, comprensibile. In chiesa proprio no.

Un genio.

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Teologia alla guida fra Bologna e Modena

C’è chi è dritto e chi è storto. Ma la grazia di Dio preferisce nettamente chi è storto. La grazia di Dio funziona come il gancio di un elicottero. Tu sei caduto nel crepaccio e arriva l’elicottero col cavo che ti deve agganciare. Se tu sei di quelli lineari e lisci, tutti d’un pezzo e coerenti, il gancio non prende. Scivola via. Il gancio prende subito in quelli come me e te, che sono tutti storti e fatti male. Prende qualsiasi buco, qualsiasi angolo, Prende e tira su. Felix culpa. Amen.

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In hoc signo… Mah!

Io ho paura (per te, battagliero paladino della famiglia) che le battaglie civili che, sul piano civile, potresti anche vincere (e questo magari semplicemente perché sono poggiate sul buon senso), se prendono come loro bandiera la Croce di Cristo e diventano confessionali, il buon Dio provveda non a fartele vincere, ma a fartele perdere, perché la Croce di Cristo non può mai tollerare di venire “utilizzata”, ma esige di essere solo servita, lei che, sul piano umano, è il segno solo di una (suprema) sconfitta.

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Una Messa “buttata via”. Allora meglio il latino

Mi càpita di partecipare alla Messa in una piccola parrocchia fuori dalla mia diocesi. Il parroco, peraltro persona che mi appare di buon carattere e capace di suscitare partecipazione e collaborazione, ha un modo particolare di pronunciare le formule della Messa. Non si tratta di una “pronuncia” dialettale, ma di un modo frettoloso e disattento di emettere i suoni, un po’ mangiandosi le parole e un po’ abbattendo le sillabe finali.

Insomma, inascoltabile; ma, soprattutto, incomprensibile. Ciò che mi sembra più sorprendente e interessante, in questo fenomeno, è la considerazione del motivo fondamentale per il quale, a suo tempo, venne attuata la “riforma liturgica” del Concilio Vaticano II, e cioè la necessità che il popolo, ormai non più capace di intendere la lingua latina, potesse ascoltare le preghiere della Messa e le sue varie formule nella lingua locale. E’ per questo che avemmo, finalmente, la “Messa in italiano”.

Ma che senso ha, allora, tutto ciò, se c’è una così misera considerazione per quei sacri testi da indurre dei preti a “buttarli via” come se fossero parole senza importanza, o che comunque non riguardano il popolo? Sembra che il celebrante le pronunci, tra l’altro in modo indistinto e ingarbugliato, come formule magiche, e non come parole ricchissime di senso, atte ad elevare e a nutrire i fedeli.

Ma, ecco, il momento dell’omelia. E’ a questo punto che il parlare del parroco diventa improvvisamente più disteso e sembra acquistare la dignità di un discorso che vuole arrivare a qualcuno. Infatti, il buon prete si rivolge ai fedeli cercando, come è logico, di trasmettere qualche riflessione su ciò che si è appena udito nel brano evangelico del giorno.

E’ quella che io chiamo la Messa “omeliocentrica”. Il mistero che sta dentro la celebrazione viene compresso e umiliato da una prassi sbrigativa e ritualistica, da esaurire al più presto, perché il momento culminante deve essere quello dell’omelia. Il prete, spesso e volentieri, viene sul proscenio, e intrattiene col microfono in mano i suoi uditori. Il “resto” non ha importanza, se non a parole. Purtroppo, alle parole, dovrebbero corrispondere i gesti, i tempi, le attenzioni, le pause, i silenzi, i toni, le giuste enfasi, le giuste sottolineature rituali.

Perché, se no, hanno ragione i nostalgici del latino. Col latino non si capiva niente, è vero, ma almeno “il senso del mistero” era salvo.

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Passava di lì

barca

 

Gesù passava di lì, vide dei pescatori che pescavano, e li chiamò.

Poi quei pescatori diventarono, per dirne due, San Pietro e San Giovanni.

Ma se tutto il discorso parte da Gesù che passa e chiama chi gli pare, dove va a finire il discorso dell’anelito del cuore dell’uomo, del farsi grandi domande davanti al cielo stellato, dell’interrogarsi sul destino?

A cosa pensava Pietro? All’anelito del suo cuore per il destino? O al pesce che scarseggia e alla suocera malata?

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Patrizia Toia e il PD: per “l’Espresso” nomi come insulti

Patrizia Toia

Allora: decidiamo di che cosa parlare qui. Parliamo di un articolo de “l’Espresso”, firmato da Tommaso Cerno e che ha questo titolo: “Il Pd sceglie l’antigay Patrizia Toia in Europa. E allora perché non riprendere la Binetti?”.

Bene: prima di tutto due parole sul fatto. Il fatto è che Patrizia Toia, che ha alle spalle tre legislature a Strasburgo, è stata scelta dal PD come sua capodelegazione al Parlamento Europeo.

Si tratta di persone, si tratta di nomi. Persone che hanno determinate posizioni, come è logico oltreché legittimo.

Ma succede sempre più spesso che quando uno ha un’idea, e magari fa anche politica, si apra nei suoi confronti una sorta di superproduzione di etichette in modalità-insulto: “antigay” (vuol dire che sei contro un determinato disegno di legge), “teodem” (vuol dire che sei cattolico del PD), “omofobo” (vuol dire che sei contro un determinato disegno di legge, c.s.), “personaggio cattolico integralista” (vuol dire che sei cattolico e che sei contro un determinato disegno di legge)”.

Ma un aspetto di questo articolo che sorprende è il recupero in chiave insultante addirittura del nome e cognome di una persona, Paola Binetti, con l’unico scopo di suscitare l’orrore dei lettori, in quello che forse si pensa dovrebbe essere una specie di riflesso condizionato. Al solo nome scatta la reazione del pubblico.

Qualcosa del genere si è avuto, e ormai da parecchio tempo, a proposito di Carlo Giovanardi, che mi pare sia stato un po’ l’antesignano, in Italia, dell’effetto “basta la parola”. Funziona come un gioco: si dice il suo nome, e scatta un moto concorde fra gli astanti, fra il disgusto e la rassegnazione.

In definitiva, si sostituiscono le persone (coi loro nomi) alle idee, e quando un’idea non piace si trasforma il nome della persona in insulto. Una pratica politically correct, laica e liberale.

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