Archivio per la categoria linguaggio

Non c’è democrazia senza cultura

Da quanto ho letto, Bono Vox avrebbe contrapposto “la gente” ai “politici”, sostenendo che “il potere” dovrebbe venire tolto ai secondi, per “tornare” alla prima.

Incredibile quanta presa possa fare, una posizione come questa, che contraddice secoli di democrazia rappresentativa, e cioè di cultura.

La democrazia presuppone la cultura. Se la cultura non c’è (e oggi questo risultato è pressoché raggiunto), manca la capacità di elaborazione, si è vittime delle semplificazioni e delle parole d’ordine spacciate per progresso e si viene fatalmente travolti da una forma, magari inedita, di dittatura.

 

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In hoc signo… Mah!

Io ho paura (per te, battagliero paladino della famiglia) che le battaglie civili che, sul piano civile, potresti anche vincere (e questo magari semplicemente perché sono poggiate sul buon senso), se prendono come loro bandiera la Croce di Cristo e diventano confessionali, il buon Dio provveda non a fartele vincere, ma a fartele perdere, perché la Croce di Cristo non può mai tollerare di venire “utilizzata”, ma esige di essere solo servita, lei che, sul piano umano, è il segno solo di una (suprema) sconfitta.

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Il “diritto di amare” è una sciocchezza

Nel caso che uno mi sferri un pugno, il mio desiderio “incoercibile” è di togliergli un dente (almeno).

Ma questo mio desiderio è o non è (anche) un “diritto”?

No. Non lo è.

Il diritto è un frutto della civiltà, perché è la civiltà ad aver prodotto l’idea che esista un ordine superiore a quello caratterizzato dal farsi giustizia da sé, e che perciò i conflitti privati si debbano affrontare all’interno di una dimensione pubblica (e perciò riconoscibile).

L’offesa diviene così “reato”, e la società civile lo assume come problema proprio, sollevandomi dall’onere di riparare l’affronto per le vie brevi (anzi, proibendomelo).

Così, come è incivile l’invocazione (ormai tipica) “Vogliamo giustizia” (non siete voi i destinatari della giustizia: lo è la società intera), altrettanto incivile è l’attribuzione del titolo di “diritto” a qualsivoglia, pur lecito (o anche, magari, apprezzabile) desiderio.

Se io anche amassi il mio caro compagno al punto da desiderare di dividere con lui la vita intera, non sarebbe comunque questo mio sentimento a determinare un cambiamento del diritto di famiglia in materia matrimoniale.

Altro, semmai, lo sarebbe. Ma non il mio sentimento e il mio desiderio.

Ci sono matrimoni senza amore, e amori senza matrimonio. Non è il sentimento che fa il diritto, ma la civiltà, la cultura, la politica. Dire “vogliamo poterci amare” è una sciocchezza.

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Invasione di linguaggi. Solidarietà o politica?

Se l’appello ad un’attenzione a determinati problemi umani e sociali è fondato sui bisogni, legati a una condizione di disagio e di particolare difficoltà sociale, si parte dalla constatazione di questo stato e si può parlare il linguaggio della comprensione umana, dell’aiuto e della solidarietà operosa.

Ma se l’appello, più o meno correttamente poggiato su una rivendicazione di dignità, si orienta alla definizione di nuovi “diritti”, allora il linguaggio non può che essere quello della politica, con le sue regole e le sue asprezze.

E non si può ricattare la politica facendo leva sull’altro linguaggio, quello della comprensione umana. I due ambiti sono totalmente distinti. Se mi chiedi la casa te la do, ma se mi dici che è tua ti caccio e ti denuncio pure.

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Immigrazione e “diritti gay”. Libertà di opinione e ricatti morali

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Mi sembra che in almeno due grandi questioni del dibattito politico italiano di oggi funzioni la tecnica del ricatto morale, ma in una dimensione potentissima, tale da bloccare, spesso e volentieri, il dibattito stesso.

Le questioni sono quelle dell’immigrazione clandestina e quella dei “diritti gay”. In ambedue i casi viene applicata la tecnica del ricatto morale.

La legittima opinione che i trafficanti di uomini e gli scafisti siano criminali da colpire senza pietà fa automaticamente scattare l’accusa di razzismo (si è contrari all’immigrazione), e l’altrettanto legittima opinione che non si debba ammettere il matrimonio fra persone dello stesso sesso fa automaticamente scattare l’accusa di omofobia. Il rischio (o la certezza) di essere i destinatari di queste accuse fa desistere facilmente tante persone dall’esprimere le proprie opinioni, per quanto legittime.

E’ interessante considerare la potenza preventiva di queste accuse, o anche solo del rischio che essere vengano lanciate. Per tanti di noi, solo il sospetto di poter essere considerati razzisti (o omofobi), quando pur nel nostro intimo sappiamo bene di non esserlo, ci destabilizza e ci confonde al punto di farci accettare spesso la rinuncia all’espressione di un semplicissimo punto di vista.

Da parte, poi, di chi si colloca “a sinistra”, la cosa è anche più precisa e comprensibile, perché queste possibili accuse colpiscono l’identità più vera di chi per scelta ideale sta dalla parte “dei più deboli”.

E allora, su queste questioni, bisognerebbe andarli a cercare bene, e senza farsi troppo intimorire, i più deboli. Chi sono?

Nella questione dell’immigrazione, certamente gli immigrati. Ma senza indulgenza verso chi ci specula (scafisti, trafficanti di persone e mafie varie, oltre che politici corrotti dei paesi africani). In quella dei “diritti gay” innanzitutto i bambini, a volte ridotti a merce fabbricata, venduta e comprata come se si trattasse di oggetti al servizio di qualche bisogno affettivo degli adulti; in secondo luogo le donne, a volte anch’esse utilizzate come macchine per produrre bambini (roba che le femministe che mi ricordo io farebbero la rivoluzione), senza dimenticare le persone che a causa del loro orientamento sessuale o delle loro scelte di vita devono combattere contro un particolare disagio od ostilità sociale.

Bisognerebbe provare a recuperare, direi, uno sguardo limpidamente “di sinistra” su queste questioni, senza farci dettare l’agenda dai professionisti del ricatto morale.

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Patrizia Toia e il PD: per “l’Espresso” nomi come insulti

Patrizia Toia

Allora: decidiamo di che cosa parlare qui. Parliamo di un articolo de “l’Espresso”, firmato da Tommaso Cerno e che ha questo titolo: “Il Pd sceglie l’antigay Patrizia Toia in Europa. E allora perché non riprendere la Binetti?”.

Bene: prima di tutto due parole sul fatto. Il fatto è che Patrizia Toia, che ha alle spalle tre legislature a Strasburgo, è stata scelta dal PD come sua capodelegazione al Parlamento Europeo.

Si tratta di persone, si tratta di nomi. Persone che hanno determinate posizioni, come è logico oltreché legittimo.

Ma succede sempre più spesso che quando uno ha un’idea, e magari fa anche politica, si apra nei suoi confronti una sorta di superproduzione di etichette in modalità-insulto: “antigay” (vuol dire che sei contro un determinato disegno di legge), “teodem” (vuol dire che sei cattolico del PD), “omofobo” (vuol dire che sei contro un determinato disegno di legge, c.s.), “personaggio cattolico integralista” (vuol dire che sei cattolico e che sei contro un determinato disegno di legge)”.

Ma un aspetto di questo articolo che sorprende è il recupero in chiave insultante addirittura del nome e cognome di una persona, Paola Binetti, con l’unico scopo di suscitare l’orrore dei lettori, in quello che forse si pensa dovrebbe essere una specie di riflesso condizionato. Al solo nome scatta la reazione del pubblico.

Qualcosa del genere si è avuto, e ormai da parecchio tempo, a proposito di Carlo Giovanardi, che mi pare sia stato un po’ l’antesignano, in Italia, dell’effetto “basta la parola”. Funziona come un gioco: si dice il suo nome, e scatta un moto concorde fra gli astanti, fra il disgusto e la rassegnazione.

In definitiva, si sostituiscono le persone (coi loro nomi) alle idee, e quando un’idea non piace si trasforma il nome della persona in insulto. Una pratica politically correct, laica e liberale.

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“Dio è con noi” (e fa vincere le elezioni)

Vedo arrivarmi nella posta elettronica questo messaggio (copio e incollo):

EPOCALE!!!! Per la prima volta nella storia a Perugia la sinistra ha perso!!!! Sta vincendo il sindaco di centro destra, Andrea Romizi! DIO ESISTE !!!!! (e lotta insieme a noi)

Non è certamente la prima volta che vedo l’espressione “Dio esiste” usata per enfatizzare la gioia per un particolare evento che si è verificato, ma di solito la compatisco perché pronunciata da persone che non hanno dimestichezza con la teologia e neanche con la semplice pratica religiosa. Non si occupano, ad esempio, di approfondire il senso del comandamento “Non nominare il nome di Dio invano”.

In questo caso, però, la cosa mi turba, perché ad utilizzarla non è il tifoso di calcio, o il danneggiato che attende soddisfazione dalla giustizia civile. No. E’ una nota esponente del mondo cattolico, giornalista (mi pare che scriva spesso su “Avvenire”) e ciellina. Credo anche che sia docente universitaria, a Perugia, ma non sono sicuro.

Per carità, uno può dire quello che vuole. Io dico che, secondo me, si tratta di un linguaggio che non manifesta il senso della corretta distinzione fra i diversi ambiti. Tirare in ballo Dio per una competizione politica, e arrivare (per la verità anche con qualche eco sinistra) ad affermare che Egli “è con noi” a me, ecco, pare eccessivo e da rifiutare.

Ci sono tanti amici pronti ad accusarmi di facile perbenismo, quando sono “ben altre” le cose che contano. Lo so: per alcuni, ad esempio, le vittorie politiche contano parecchio, e contano al punto di arruolare Dio.

Ah, la persona in questione è Assuntina Morresi, titolare del blog “stranocristiano”.

Oh, beninteso: auguri al sindaco!

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