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Il farabutto pietoso

leon

Domenica 14 luglio, la chiesa cattolica proponeva nella liturgia il brano evangelico del “buon samaritano”, una delle più celebri “parabole” di Cristo, narrata nel Vangelo di Luca, al capitolo 10.

Il racconto è noto, per cui non credo necessario ricordarlo.

Quello che vorrei sottolineare, qui, è il senso della parola “samaritano”, e, conseguentemente, dell’uso che se ne fa.

E’ noto, e giustamente ripetuto da tutti i preti nelle loro omelie, che, ai tempi di Gesù, i samaritani erano considerati eretici, e praticamente disprezzati dai buoni giudei. Perciò il senso della parabola risulta enfatizzato proprio dal raffronto fra i vari personaggi: il malcapitato viene ignorato dapprima da un sacerdote, successivamente da un levita, per finire poi soccorso e accudito solo da questo mezzo infedele.

Ecco il punto: la parola “samaritano”, oggi, ha del tutto perduto la pesante carica spregiativa che ai tempi di Gesù la connotava. Col risultato che la forza eversiva del racconto ne risulta immiserita, quando non del tutto oscurata.

Parlare di “buon samaritano”, oggi, significa parlare di carità, in senso generale. E questo, appunto, se non è un travisamento, è sicuramente un’interpretazione marginale, nel suo generico moralismo.

Allora diciamolo: questo samaritano è un miscredente, un infedele e un poco di buono. Sarebbe ora, per favorire una corretta comprensione dell’insegnamento di Cristo, che al posto dell’espressione “buon samaritano”, che nella sua caramellosa e moraleggiante genericità (forse qualcuno potrebbe dire “buonismo”) non significa più nulla, si utilizzasse un qualche sostanziale sinonimo: che so, “l’infedele pietoso”, “il miscredente generoso”, “l’eretico soccorritore”, “il farabutto compassionevole”.
Si ristabilirebbe, in questo modo, una struttura semantica più aderente all’intenzione dell’”autore”; di conseguenza, molto più efficace.

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Not for sale

Il mercato non è “il male”, ma non tutto è commerciabile. Per esempio, il corpo umano. Il mercato tende ad invadere tutto, ma deve essere circoscritto; ci vuole rendere merce, fin là dove non è ancora riuscito, ma ci sono spazi ai quali bisogna assegnare il sigillo sacro dell’incommerciabilità, cioè le persone. Le persone (cioè i corpi) non sono cose. E non si comprano e non si vendono. E bisogna dire no alle ipocrisie piagnone dei “desideri incoercibili”, agli inganni velenosi dei “nuovi diritti”.

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Guarda “DALLA TELEVISIONE AI SOCIAL” su YouTube

Incontro con Carlo Freccero straordinariamente denso e utile per tornare a guardare la realtà con occhi aperti e liberi.

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Il diritto a darsi da fare

Sollecitato da un post di Celia, riprendo un pensiero che mi torna spesso, ma soprattutto quando dal linguaggio comune mi si ripropone l’espressione “diritto al lavoro”, o “diritto alla casa” e simili.

Diritti che, a mio avviso, come ad avviso di Celia, che fa riferimento al “diritto alla felicità”, non esistono.

Riguardo al “diritto alla felicità”, si sente dire spesso che sarebbe contemplato nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti. E questo non è vero.

Nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti c’è scritto “We hold these Truths to be self-evident, that all Men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty, and the pursuit of Happiness“.

Come si vede, non è la “Happiness” ad essere indicata come “inalienabile diritto”, ma la “pursuit of Happiness”. “Pursuit” io, più che come “ricerca”, lo tradurrei come “perseguimento”, che mi dà un’idea maggiormente operativa.

Abbiamo quindi il diritto a cercarci e a conquistarci la felicità; non ad averla comunque. E la stessa cosa è vera per il lavoro, per la casa, e per tutti gli altri beni che il pressapochismo mediatico corrente ci indica come “diritti”.

In soldoni, bisogna darsi da fare. E proprio “darsi da fare” a me pare la migliore interpretazione di un punto fondamentale della Carta Costituzionale italiana, e cioè l’articolo 1, laddove si proclama che la Repubblica è “fondata sul lavoro”.

Mi sono convinto che non si tratta del lavoro retribuito e magari contrattualizzato: si tratta della spinta individuale (o, anche, associata) a “darsi da fare” (interessantissimo l’approfondimento, possibile, di certe locuzioni dialettali, in questo senso). Se manca questa (ovviamente non considero, qui, le situazioni oggettive di bisogno), l’oggetto del tuo desiderio potrà, forse, scendere dal cielo, ma non lo potrai invocare come “diritto”.

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Antiabortisti

Essere lietamente e laicamente antiabortisti.

Amare il senso puro delle parole; il loro principio, e difenderlo.

Guardare avanti.

Compatire.

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Dove non c’è politica c’è fascismo

È duro ammetterlo: bisogna stare attenti a criticare “la politica”. Tutta la retorica anticasta che è fiorita negli ultimi anni ha prodotto una generica disistima per “la politica” e per chi vi dedica tempo e impegno che è già sfociata, oggi, in un atteggiamento di disprezzo. Ma è da qui che prende le mosse il desiderio dell’uomo forte; di una guida dello Stato capace di decidere, senza farsi imbrigliare da discussioni sterili e dispendiose. È da qui che germina l’idea che, alla fine, una sorta di “dittatura buona” sia utile, o addirittura necessaria. Ma non c’è scampo: dove arretra “la politica” avanza l’oppressione. Il fascismo. E ogni propaganda “antipolitica” è velenosa, di un veleno che è già stato seminato molto largamente.

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Forza contro la violenza

Questo è il tempo delle semplificazioni brutali. Nel linguaggio corrente si fa sempre più fatica ad operare anche le più facili distinzioni. Come quella tra violenza e forza. Per chiarire, direi: “Ci vuole molta forza, per combattere la violenza.”

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