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La sindaca anticemento e il rischio della retorica

Isabella Conti

Isabella Conti

I riconoscimenti che, anche in questi giorni, vengono assegnati al sindaco di San Lazzaro Isabella Conti mi fanno piacere, perché ritengo che la Conti sia una persona di valore che agisce con impegno nell’interesse della città.

Credo però che occorra cercare di arginare un’onda informativa che contiene anche aspetti retorici.

Quando si dice che Isabella Conti ha fermato la colata di Idice si compie una doppia forzatura retorica, dettata dalla tendenza semplificatrice della comunicazione odierna.

La prima forzatura è quella personalistica, perché l’azione di cui si parla non è stata compiuta dalla volontà del sindaco in quanto persona singola, ma da un atto del Consiglio Comunale.

La seconda sta nella torsione della causalità dell’annullamento del progetto edilizio: tale annullamento non fu causato da un semplice cambio di idea, ma da una grave inadempienza di alcune ditte costruttrici rispetto agli obblighi che si erano assunte nell’ambito di quel progetto; progetto che era stato lo stesso Comune a deliberare, cioè che era stato il Comune a volere.

Se ciò non fosse accaduto, la colata sarebbe tranquillamente in corso.

Quanto accaduto pare essere stato molto gradito alla popolazione, e questo va bene. Ma il merito del Comune, allora, dove sta? Sta nel fatto che il Comune di San Lazzaro, col suo sindaco in testa, ha intelligentemente colto l’occasione per fare marcia indietro rispetto a un progetto sbagliato, raccogliendo grandi frutti mediatici e politici, anche perché il Comune stesso è riuscito a mantenere la posizione con coraggio, davanti ad ostacoli preoccupanti. Non è cosa da poco.

Quindi, complimenti e apprezzamento.

Ciò che, a mio avviso, non è bene cavalcare troppo, è l’onda di una semplificazione retorica che, per sua stessa natura, potrebbe alla lunga mostrarsi fragile e controproducente.

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Fine di mondo a Bologna domenica 8 novembre

La commedia di Berlusconi somiglia un po’ a quella di Marino. Vado o non vado? Non vado, ma se insistete vado. Se proprio mi pregate di andare vado. Così oggi abbiamo saputo che, date le pressanti richieste della sua base (?), Berlusconi parteciperà alla adunata della Lega a Bologna, destinata a suggellare un’alleanza che salva la pelle (politica) al lestofante Berlusconi e “dovrebbe” dare alla Lega una possibilità reale di vincere le elezioni.

Intanto, la possibilità reale è che domenica a Bologna succeda l’inferno, dando ai bolognesi una concreta motivazione in più per votare Lega.

Salvini arriva, li aizza, e si scatena il finimondo. Speriamo bene.

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Non c’è democrazia senza cultura

Da quanto ho letto, Bono Vox avrebbe contrapposto “la gente” ai “politici”, sostenendo che “il potere” dovrebbe venire tolto ai secondi, per “tornare” alla prima.

Incredibile quanta presa possa fare, una posizione come questa, che contraddice secoli di democrazia rappresentativa, e cioè di cultura.

La democrazia presuppone la cultura. Se la cultura non c’è (e oggi questo risultato è pressoché raggiunto), manca la capacità di elaborazione, si è vittime delle semplificazioni e delle parole d’ordine spacciate per progresso e si viene fatalmente travolti da una forma, magari inedita, di dittatura.

 

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In hoc signo… Mah!

Io ho paura (per te, battagliero paladino della famiglia) che le battaglie civili che, sul piano civile, potresti anche vincere (e questo magari semplicemente perché sono poggiate sul buon senso), se prendono come loro bandiera la Croce di Cristo e diventano confessionali, il buon Dio provveda non a fartele vincere, ma a fartele perdere, perché la Croce di Cristo non può mai tollerare di venire “utilizzata”, ma esige di essere solo servita, lei che, sul piano umano, è il segno solo di una (suprema) sconfitta.

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Il “diritto di amare” è una sciocchezza

Nel caso che uno mi sferri un pugno, il mio desiderio “incoercibile” è di togliergli un dente (almeno).

Ma questo mio desiderio è o non è (anche) un “diritto”?

No. Non lo è.

Il diritto è un frutto della civiltà, perché è la civiltà ad aver prodotto l’idea che esista un ordine superiore a quello caratterizzato dal farsi giustizia da sé, e che perciò i conflitti privati si debbano affrontare all’interno di una dimensione pubblica (e perciò riconoscibile).

L’offesa diviene così “reato”, e la società civile lo assume come problema proprio, sollevandomi dall’onere di riparare l’affronto per le vie brevi (anzi, proibendomelo).

Così, come è incivile l’invocazione (ormai tipica) “Vogliamo giustizia” (non siete voi i destinatari della giustizia: lo è la società intera), altrettanto incivile è l’attribuzione del titolo di “diritto” a qualsivoglia, pur lecito (o anche, magari, apprezzabile) desiderio.

Se io anche amassi il mio caro compagno al punto da desiderare di dividere con lui la vita intera, non sarebbe comunque questo mio sentimento a determinare un cambiamento del diritto di famiglia in materia matrimoniale.

Altro, semmai, lo sarebbe. Ma non il mio sentimento e il mio desiderio.

Ci sono matrimoni senza amore, e amori senza matrimonio. Non è il sentimento che fa il diritto, ma la civiltà, la cultura, la politica. Dire “vogliamo poterci amare” è una sciocchezza.

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Trascrizione dei matrimoni omosessuali a Bologna. Campione senza valore?

Bel dibattito tra Sindaco e Prefetto di Bologna sulla “trascrizione” all’anagrafe del matrimonio omosessuale contratto all’estero. Se è vero che si tratterebbe di un atto privo di ogni valore guridico, come lo si può considerare? Un atto dimostrativo? Una provocazione politica? Ma, mi chiedo, un sindaco può dedicare il suo tempo ad atti privi di valore giuridico, o sarebbe invece il caso che li riservasse al suo tempo libero?

Già. Perché se il suo lavoro da sindaco viene dedicato (anche) ad atti non solo privi di valore giuridico, ma anche incidenti sull’operatività e quindi sui costi dell’amministrazione (sebbene irrisori, come, parrebbe, in questo caso), beh, allora si potrebbe avere da ridire.

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Invasione di linguaggi. Solidarietà o politica?

Se l’appello ad un’attenzione a determinati problemi umani e sociali è fondato sui bisogni, legati a una condizione di disagio e di particolare difficoltà sociale, si parte dalla constatazione di questo stato e si può parlare il linguaggio della comprensione umana, dell’aiuto e della solidarietà operosa.

Ma se l’appello, più o meno correttamente poggiato su una rivendicazione di dignità, si orienta alla definizione di nuovi “diritti”, allora il linguaggio non può che essere quello della politica, con le sue regole e le sue asprezze.

E non si può ricattare la politica facendo leva sull’altro linguaggio, quello della comprensione umana. I due ambiti sono totalmente distinti. Se mi chiedi la casa te la do, ma se mi dici che è tua ti caccio e ti denuncio pure.

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