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Non escludo il ritorno

Aspetto il momento di lasciare questo esilio dorato per tornare alla mia residenza principale. I “provvedimenti restrittivi” del governo ci hanno sorpresi, me e mia moglie, mentre ci trovavamo al mare, pensando a un soggiorno di un paio di giorni. Così, adesso è passato un mese e siamo ancora qui. Per fortuna, abbiamo tutto, e i nostri figli sono in grado di gestirsi da soli, più e meglio di noi (non lo so, ma facciamo finta che sia così).

Il pensiero vorrebbe tentare di essere filosofico, del tipo: “Che cosa mi ha insegnato questo periodo di reclusione imprevista?” Non lo so. Me la sono passata bene. Mia moglie dice che è la mia situazione ideale. Non faccio niente tutto il giorno, dormo molto e curo il mio aspetto fisico ancora molto meno del normale, il che non riesce a dare l’idea. Ho ricevuto contatti inaspettati da un paio di vecchi compagni di scuola, coi quali ho fatto videochiamate su WhatsApp. Questa delle videochiamate è stata una delle novità del momento. Anche coi miei figli è dicentata la norma. Divertente, soprattutto quando si ha la possibilità di guardare e di osservare cose diverse dal faccione dell’interlocutore. Se ci si ferma lì, non è interessante.

Ho ritrovato il contatto con una persona amica che stimo e che scrive racconti brevi, molto particolari e simpatici (anche se in genere hanno un finale amaro). Ho trovato che ha uno stile molto somigliante a quello di Dino Buzzati. Gliel’ho detto e le ha fatto piacere. Dice che è il suo autore italiano preferito.

Lunghe telefonate serali con la Cecilia, che è diventata da tempo la mia piccola guru personale, e che mi aggiorna sul meteo in provincia di Brescia, una materia che pochi coltivano con serietà, ma che ho scoperto da qualche anno e che studio con vera passione.

Ho ricercato un rapporto con l'”ecclesialità”. Ho guardato con emozione il Papa. Ho seguito la novena del cardinale Zuppi. Ho partecipato a videoconferenze della mia parrocchia di San Lazzaro. Ho ripreso le mie letture della Bibbia, per cercare di portare a termine il lungo viaggio che, ho visto, è stato da me intrapreso ben 9 anni fa, e cioè la lettura integrale della Bibbia ad alta voce, documentata dalla lunga serie di file audio ordinati in un mio sito.

L’esercizio fisico si è limitato ad uscite nel cortile, dove con mia moglie facevo dieci giri a piedi di tutto il perimetro (non è mica tanto grande), e poi le scale. E nemmeno tutti i giorni; anzi.

Le serate son state dedicate ad un mix tra televisione, parole crociate e radio.

Televisione: qualche film divertente (Fantozzi, Song’e Napule, Assassinio sull’Orient Express…) e naturalmente Montalbano, il lunedì, oltre a vagonate di RaiNews24 (ma quella è un’altra storia, e non è di sera, in genere).

Parole crociate: le mie preferite sono quelle senza schema, ma ho un debole per quelle a cornici (non so bene come si chiamano…).

Radio: è la mia vecchia passione. Recentemente ho scoperto la bellezza delle onde medie. Ho avuto solo negli ultimi giorni buoni risultati con una loop della Degen, che si chiama M31, piazzata nel balcone. Con la loop della Tecsun AN-200, che per forza di cose si deve tenere all’interno, avevo forti disturbi che rendevano il tutto molto difficile. Come ricevitore privilegio il Tecsun PL-660, ma temo che tutto ciò non sia particolarmente interessante.

Ho passato un po’ di tempo anche a leggere, ma poco: ormai non leggo quasi più. Solo articoli e post, qua e là. Ho qualche libro cominciato, ma praticamente assai trascurato, che riprendo occasionalmente.

Morale: e chi se ne frega di tutto ciò? Boh? Come dicevo, attendo il momento del ritorno (“Non escludo il ritorno”, diceva quello).

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La mia sulle sardine

Provo a dire la mia sul fenomeno “sardine”.

Premessa: di che cosa sto parlando. Parlo di ciò che vedo e che credo di capire, quindi non parlo di ipotesi, che io reputo fantasiose, di un movimento (così vasto, poi…) manovrato e pilotato da Prodi o da Zingaretti.

A mio avviso, si tratta più di un fenomeno che di un vero movimento. Se sta tentando di strutturarsi come movimento vuol dire che sta già diventando un’altra cosa da ciò che era quando è nato, col travolgente successo che appunto al suo nascere ha incontrato tra la gente.

La gente: qual è la gente che ha segnato il successo del fenomeno? Potrei dire: la gente come me. E’ vero che io sono orientato a sinistra (e solo questo già per alcuni mi contrassegna come sinistro, pidiota, mangiabambini di Bibbiano, abortista e chissà cos’altro), ma da decenni sono refrattario alle manifestazioni di piazza e molto pigro (proprio tanto) rispetto alla partecipazione ad attività politiche propriamente dette.

Ora, ciò che mi ha spinto ad accogliere con un certo divertito entusiasmo l’idea di andare in piazza è stato un misto di due ragioni:

1) il timore dell’ascesa del salvinismo

2) l’idea di una manifestazione pacifica antisalvinista fortemente connotata da uno spirito giocoso.

E la presenza in piazza mi ha confermato che questo fosse lo spirito. Ma si trattava della primissima sortita pubblica della fauna ittica.

Per questo, dal mio personalissimo punto di vista le accuse di debolezza propositiva e di vuoto politico delle sardine sono assolutamente fuori luogo, perché se si fa di questi elementi un’accusa si mostra di non aver capito che in realtà si tratta di elementi non propri e non necessari del fenomeno. Non lo si coglie per ciò che in effetti è. Lo si travisa (e ho il sospetto che qualcuno possa anche non farlo in buona fede).

Eppure, sembra che oggi l’attenzione dei pensatori e dei politologi sia tutta orientata verso quel tipo di domanda. Non sarà che le sardine hanno dato qualche indizio di un loro orientamento in quel senso? Cioè di voler costituirsi come movimento? e con ciò darsi una qualche struttura programmatica? I sei punti (erano sei? o dieci?), nella loro genericità, tengono ferma la collocazione nell’ambito del prepolitico, o indicano invece una pre-strutturazione ideologica?

Secondo me, l’azione e il perimetro delle sardine dovrebbe rimanere dentro i confini di un antisalvinismo innocente e festoso, senza farsi ingabbiare nel gioco degli schieramenti, degli endorsement e dei talk show a ripetizione. In questo senso, la intensa presenza di Santori non mi sembra deporre per la credibilità della causa.

L’effetto mediatico farebbe comunque il resto: si vede in tv quanto è povero il seguito del felpato bipede, e quanto invece è corposa e vispa la presenza degli sguscianti pesciolini.

Mi sbaglierò. Io mi sbaglio sempre.

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Ci si arriverà?

Mentre attendo la conferenza stampa di Zingaretti, questa domenica pomeriggio, rifletto che fra infingimenti vari, scenette, schermaglie, mi sembra di intravvedere che un accordo tra PD e Movimento 5 stelle, per la formazione di un nuovo Governo, ci potrebbe essere, e ci potrebbe essere anche trangugiando il nome di Conte, con tutto quello che ha avvallato, alla Presidenza del Consiglio.
Dal punto di vista personale, Conte ha dalla sua, da un lato, la dichiarazione che con Salvini non vuole e non può avere più nulla a che fare; dall’altro, il fatto che la sua inconsistenza politica si può prestare molto facilmente a un forte condizionamento da parte del PD.
Inoltre, concedere (con teatrale sofferenza) la Presidenza del Consiglio a Conte (e perciò ai M5S) può consentire al PD di ottenere vasti contraccambi in termini di ministeri di prestigio, a cominciare dal simbolico e cruciale ministero degli Interni.
Come Conte stesso ha dichiarato, non è questione di nomi, ma di programmi, e anche sul piano dei programmi (il fare e anche il dis-fare, come diceva la Bonino) si potrebbe strappare al M5S un accordo che sostanzialmente veda al primo posto i temi del PD, e magari accantonare un po’ quel ritornello della riduzione del numero dei parlamentari, che è una insensata bandierina che i ragazzi del M5S sventolano senza rendersi neanche conto del suo significato e delle complicate conseguenze che porterebbe con sé, come l’aggiustamento della legge elettorale e il referendum.
Niente formule aberranti come “contratti di governo” o altre fantasiose trovate. Un programma preciso di cose da fare e controllo stringente.
Il PD ha un problema (o un’opportunità; dipende) che si chiama Matteo Renzi. L’alternativa fatale penso che sia fra un suo nuovo partito o la sua riconquista di quello vecchio.

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Guarda “DALLA TELEVISIONE AI SOCIAL” su YouTube

Incontro con Carlo Freccero straordinariamente denso e utile per tornare a guardare la realtà con occhi aperti e liberi.

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La vita non è mai un male.

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Il diritto a darsi da fare

Sollecitato da un post di Celia, riprendo un pensiero che mi torna spesso, ma soprattutto quando dal linguaggio comune mi si ripropone l’espressione “diritto al lavoro”, o “diritto alla casa” e simili.

Diritti che, a mio avviso, come ad avviso di Celia, che fa riferimento al “diritto alla felicità”, non esistono.

Riguardo al “diritto alla felicità”, si sente dire spesso che sarebbe contemplato nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti. E questo non è vero.

Nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti c’è scritto “We hold these Truths to be self-evident, that all Men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty, and the pursuit of Happiness“.

Come si vede, non è la “Happiness” ad essere indicata come “inalienabile diritto”, ma la “pursuit of Happiness”. “Pursuit” io, più che come “ricerca”, lo tradurrei come “perseguimento”, che mi dà un’idea maggiormente operativa.

Abbiamo quindi il diritto a cercarci e a conquistarci la felicità; non ad averla comunque. E la stessa cosa è vera per il lavoro, per la casa, e per tutti gli altri beni che il pressapochismo mediatico corrente ci indica come “diritti”.

In soldoni, bisogna darsi da fare. E proprio “darsi da fare” a me pare la migliore interpretazione di un punto fondamentale della Carta Costituzionale italiana, e cioè l’articolo 1, laddove si proclama che la Repubblica è “fondata sul lavoro”.

Mi sono convinto che non si tratta del lavoro retribuito e magari contrattualizzato: si tratta della spinta individuale (o, anche, associata) a “darsi da fare” (interessantissimo l’approfondimento, possibile, di certe locuzioni dialettali, in questo senso). Se manca questa (ovviamente non considero, qui, le situazioni oggettive di bisogno), l’oggetto del tuo desiderio potrà, forse, scendere dal cielo, ma non lo potrai invocare come “diritto”.

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Dove non c’è politica c’è fascismo

È duro ammetterlo: bisogna stare attenti a criticare “la politica”. Tutta la retorica anticasta che è fiorita negli ultimi anni ha prodotto una generica disistima per “la politica” e per chi vi dedica tempo e impegno che è già sfociata, oggi, in un atteggiamento di disprezzo. Ma è da qui che prende le mosse il desiderio dell’uomo forte; di una guida dello Stato capace di decidere, senza farsi imbrigliare da discussioni sterili e dispendiose. È da qui che germina l’idea che, alla fine, una sorta di “dittatura buona” sia utile, o addirittura necessaria. Ma non c’è scampo: dove arretra “la politica” avanza l’oppressione. Il fascismo. E ogni propaganda “antipolitica” è velenosa, di un veleno che è già stato seminato molto largamente.

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