Articoli con tag liturgia

Cattocronachette

frate africano

Alla Messa di domenica scorsa, il prete che presiedeva la celebrazione (ce n’era un altro, che concelebrava) era un africano di bell’aspetto, vagamente simile a Martin Luther King, o a qualche attore che non riesco a ricordare (ma, anche se lo ricordassi, non saprei ritrovarne, comunque, il nome). Fisico imponente e capelli cortissimi e brizzolati, con baffetti simili.

So che è un frate francescano, e questo già me lo rende simpatico, per ragioni personali.

Il suo atteggiamento, nella Messa, ma soprattutto nell’omelia e nelle altre parti “parlate” (più o meno “formali”) era improntato a una spigliata familiarità, alla ricerca di un contatto dialogico con i fedeli, che metteva in atto per mezzo di espedienti retorici come ripetute domande, con relative attese di risposte, che giungevano timidissime.

Ma la rivelazione più alta e precisa di questo “stile” si è avuta quando, forse sorpreso per la difficoltà di questo contatto, ha detto, testualmente: “Vedo molte facce tristi, qui davanti. E non va bene, in chiesa.”

Il bello è che l’ha detto con lo stesso tono di quel prete che, in altri tempi e luoghi, apostrofò alcune giovani disapprovandone l’abbigliamento, da lui ritenuto, in quell’occasione, scarsamente adatto al luogo.

“Non va bene (pausa), in chiesa”.

La tristezza, in altri luoghi, è tollerabile, e, forse, comprensibile. In chiesa proprio no.

Un genio.

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Una Messa “buttata via”. Allora meglio il latino

Mi càpita di partecipare alla Messa in una piccola parrocchia fuori dalla mia diocesi. Il parroco, peraltro persona che mi appare di buon carattere e capace di suscitare partecipazione e collaborazione, ha un modo particolare di pronunciare le formule della Messa. Non si tratta di una “pronuncia” dialettale, ma di un modo frettoloso e disattento di emettere i suoni, un po’ mangiandosi le parole e un po’ abbattendo le sillabe finali.

Insomma, inascoltabile; ma, soprattutto, incomprensibile. Ciò che mi sembra più sorprendente e interessante, in questo fenomeno, è la considerazione del motivo fondamentale per il quale, a suo tempo, venne attuata la “riforma liturgica” del Concilio Vaticano II, e cioè la necessità che il popolo, ormai non più capace di intendere la lingua latina, potesse ascoltare le preghiere della Messa e le sue varie formule nella lingua locale. E’ per questo che avemmo, finalmente, la “Messa in italiano”.

Ma che senso ha, allora, tutto ciò, se c’è una così misera considerazione per quei sacri testi da indurre dei preti a “buttarli via” come se fossero parole senza importanza, o che comunque non riguardano il popolo? Sembra che il celebrante le pronunci, tra l’altro in modo indistinto e ingarbugliato, come formule magiche, e non come parole ricchissime di senso, atte ad elevare e a nutrire i fedeli.

Ma, ecco, il momento dell’omelia. E’ a questo punto che il parlare del parroco diventa improvvisamente più disteso e sembra acquistare la dignità di un discorso che vuole arrivare a qualcuno. Infatti, il buon prete si rivolge ai fedeli cercando, come è logico, di trasmettere qualche riflessione su ciò che si è appena udito nel brano evangelico del giorno.

E’ quella che io chiamo la Messa “omeliocentrica”. Il mistero che sta dentro la celebrazione viene compresso e umiliato da una prassi sbrigativa e ritualistica, da esaurire al più presto, perché il momento culminante deve essere quello dell’omelia. Il prete, spesso e volentieri, viene sul proscenio, e intrattiene col microfono in mano i suoi uditori. Il “resto” non ha importanza, se non a parole. Purtroppo, alle parole, dovrebbero corrispondere i gesti, i tempi, le attenzioni, le pause, i silenzi, i toni, le giuste enfasi, le giuste sottolineature rituali.

Perché, se no, hanno ragione i nostalgici del latino. Col latino non si capiva niente, è vero, ma almeno “il senso del mistero” era salvo.

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Un laboratorio di lettura ad alta voce della Bibbia

Sto progettando un laboratorio di lettura ad alta voce della Parola di Dio. Della Bibbia. Per l’ambito liturgico, ma anche extra-liturgico, ad esempio catechistico.

L’idea nasce dalla constatazione che la proclamazione liturgica della Parola di Dio è spesso trascurata nella forma e viene effettuata senza una reale coscienza e una sufficiente preparazione tecnica. Ne stiamo parlando in parrocchia, essendo l’ambito parrocchiale quello più immediatamente coinvolto e quello al quale intendiamo rivolgerci, anche se non escludiamo un allargamento dell’orizzonte.

La forma laboratoriale consente un giusto coinvolgimento pratico dei partecipanti, che devono acquisire alcuni strumenti tecnici per perfezionare la loro lettura. Quindi sono previste intense esercitazioni. Verrano comunque forniti anche alcuni elementi teorici, sul piano spirituale e su quello liturgico.

E’ una materia delicatissima, ma io sono sufficientemente incosciente da affrontarla. Ci siamo dati ancora un mese e mezzo, circa, per cominciare. C’è tempo, perciò, per pensarci bene.

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