Archivio per dicembre 2011

Laicità e pregiudizio

Questa mattina ho sentito, alla radio, ribadire un concetto spesso ascoltato. E che cioè, rispetto a temi “etici”, che normalmente dividono “cattolici” e “laici” (notare le virgolette), una legge come quella sull’aborto, poniamo, non impone nulla a nessuno, ma semmai consente qualcosa, mentre invece chi vi si oppone vorrebbe “imporre” i propri “valori religiosi” a tutti, anche a quelli che non li condividono. Non si impedisce di “non farlo”, mentre gli altri impedirebbero di “farlo”.

Ciò che mi colpisce, però, è quel richiamo ai “valori religiosi”.

In realtà, a parer mio, è proprio qui che sta uno dei più gravi equivoci di tutto il ragionamento concernente la presenza di cattolici (o islamici o ebrei, ecc…) nella società.

Il pregiudizio sta nel ritenere che una determinata posizione su temi politici in quanto espressa da una persona  di una certa fede religiosa, sia per ciò stesso indotta da quella sua fede, e quindi non meritevole di cittadinanza nel dibattito politico.

E’ un pregiudizio.

E’ ovvio che sia la laicità il terreno della riflessione comune. Il credente deve non solo accettarlo, ma anche pretenderlo, declinano le sue posizioni, se ci riesce, proprio sul terreno linguistico del bene comune, laddove posizioni puramente dottrinali, è ovvio, non sarebbero neppure considerabili.

Il non credente, da parte sua, dovrà farsi una ragione del fatto che i credenti non solo esistono, ma spesso hanno anche delle opinioni, e la pretesa di partecipare con esse alla vita civile, come tutti gli altri.

E non potrà più dire “Tu dici questo perché sei cattolico”. Come non si potrà più dire il contrario.

Se non si supera il pregiudizio (con venature razzistiche: “tu dici così perché “sei” così”) non si progredisce nel cammino “laico” della civiltà.

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Fiorello: scenografia e adrenalina

E bravo Fiorello! Inizio alla grande con Jovanotti, e poi avanti con Roberto Bolle, Roberto Benigni, Pippo Baudo… E’ il fuoriclasse, l’outsider dell’intrattenimento italiano, al punto da farci chiedere se non finirà per sentirsi anche un po’ prigioniero di questo suo ruolo da supervincitore.

A proposito del “super” mi viene in mente anche questa scenografia, giocata sulla grandiosità, e che, proprio per l’obbligo che impone al conduttore di stare in alto, su quella passerella elevata che lui percorre incessantemente avanti e indietro, con gran vorticare di telecamere per terra e per aria, forse finisce per obbligarlo ad assumere il tipico sovratono dall’”a me gli occhi”. E gli spettatori non possono che seguirlo di qua e di là, come in una partita di tennis (la cosa per chi lo guarda in tv è meno rilevante, ma l’effetto arriva).

Forse, allora, la struttura ad arena, col pubblico in alto e gli artisti in basso, al centro, potrebbe limitare la tendenza ai toni gridati, e favorirebbe un clima più sobrio, ma allo stesso tempo più intenso. Che so, un solo faro addosso, e non venti, dieci telecamere, e non quaranta; ma, in compenso, la possibilità di esaltare anche la dimensione più fine del talento di Rosario. Dopo un po’, gli show troppo adrenalinici mi addormentano.

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